Noi che ci hanno abituato a ringraziare sempre per quel poco che abbiamoe che il mondo potrebbe andare peggio, non ci siamo forse abituati così ad accettare le situazioni e a non tentare di migliorale per timore o semplicemente per la gabbia nella quale l'abitudine ci ha rinchiuso da anni?
C'è un progetto pilota nel comune di Venezia, che ho voluto subito documentare per voi, che concilia finalmente la qualità dell'abitare con la sostenibilità dell'ambiente nel quale viviamo.
Non starò a descrivervi nei dettagli il progetto, poichè vorrei che visitaste di persona per "toccare con mano", cosa abbiamo a disposizione oggi dal punto di vista tecnologico disponibile per chiunuque parte da zero nella realizzazione della propria casa, e per chi anche se la casa ce l'ha già, vuole partecipare a questa proposta che è l'energia rinnovabile.
Non si tratta solo di fare genericamente una "cosa buona", per chi ne ha la possibilità economica, spero sarà il modo nel quale vivremo nel prossimo futuro: non servono più enormi centrali nucleari o a carbone e oli combustibili, con una dispersione di energia lungo tutta la rete e un elevato grado di inquinamento, ognuno potrà diventare, consorziandosi con amici e vicini, proprietario di un pezzo di rete e da quella vendere l'energia che gli sarà avanzata da una produzione propria di riscaldamento ed energia elettrica (anche se per ora resta fuori solo il gas da cucina).
Ecco il sito: http://www.lacombustione.it/modules/realizzazioni/
Alcune informazioni e dati:
Vorrei chiudere il post con un intervento dell' architetto Gaetano Fusco, uno dei primi architetti in Italia a lavorare in sinergia con il sapere antropologico riguardo all'abitare.
Che cos’è oggi la città per noi?, si chiedeva Calvino, e a chi e a cosa serve? La vasta res exstensa di sobborghi, periferie, circonvallazioni, capannoni e supermercati è un alveare d’inquieta stanzialità, in cui i processi di interiorizzazione del vissuto confliggono anche drammaticamente con il mutamento della temporalizzazione dell’esistenza. Ma se la città è ovunque, ormai non abitiamo più città ma occupiamo territori, più o meno metropolitani e globalizzati, la cui frammentazione è speculare alla crisi della natura e inesorabilmente vi si sovrappone. La solitudine dell’identità dell’uomo si accompagna implacabilmente a quella degli edifici in cui abitano. Nel caos antropologico della surmodernità di Marc Augé, la regola del costruire sembra essere ormai la negazione di ogni possibilità di luogo. Secondo il punto di vista di molti antropologi, il territorio è una vera e propria estensione dell’organismo umano, caratterizzata e delimitata da segnali visivi, vocali ed olfattivi per cui non solo è interessante distinguere i diversi universi spaziali prodotti dalle diverse culture e subculture, ma anche il modo in cui tali spazi siano influenti sugli aspetti della vita quali la qualità dello spazio abitato, il modo di vedere se stessi e il proprio destino. Il comportamento umano è, senza dubbio, influenzato dalle rappresentazioni simboliche che il gruppo ha dato allo spazio che vive e con il quale è in intimo rapporto. I differenti gruppi sociali infatti, a seconda delle diverse culture cui appartengono, percepiscono, strutturano e si rappresentano gli oggetti in pensieri seguendo schemi che sono loro propri, e a poco a poco tendono a regolare lo spazio in cui vivono in funzione di questa rappresentazione. Lévi-Strauss, compiendo un’ampia comparazione tra insediamenti umani diversi, rivela che l’occupazione dello spazio dei singoli individui è considerata un linguaggio esplicativo della struttura sociale e della visione del mondo del gruppo stesso. Da questo punto di vista, l’incontro tra cultura e territorio diventa un tracciato delle interrelazioni personali che nel corso del tempo si sono svolte e si svolgono in quello spazio. “Cosi questo spazio cessa di essere un’entità naturale e diviene un insieme strutturato dai rapporti sociali svoltisi nel passato e in cui si iscrivono ogni sorta di nuovi rapporti sociali. Ed allora il processo di socializzazione può anche essere considerato in modo caratteristico e specifico, con ogni gruppo che insegna ai suoi membri più giovani a vivere, ad organizzare e a gestire lo spazio”.
Numerosi studi epidemiologici e ricerche sugli ambienti, svoltisi soprattutto dalla metà del 1900, rivelano che molti problemi sociali gravi quali la mortalità perinatale ed infantile, la psicopatologia, la delinquenza e la criminalità giovanile sono collegati a fattori sociali che seguono la ripartizione spaziale della città. I bambini e gli adolescenti, ad esempio, in piena formazione, e quindi rapidamente modellabili e marcabili, con i loro problemi, testimoniano severamente le carenze di determinati ambienti. Possiamo riferirci soprattutto ai quartieri urbani delle nuove periferie nella cui pianificazione non si è tenuto conto di esigenze di determinate categorie sociali quali i bambini, i giovani e gli anziani. Per esempio, nelle maggioranza dei nuovi quartieri “non sono previsti spazi per gli adolescenti, né per riunirsi, né per svolgere attività che non siano fissate o prestabilite da una società adulta che ha sempre ignorato i loro reali bisogni. E in quest’ottica, essi sono considerati vittime di un’organizzazione urbana -riflesso essa stessa di un sistema socio-economico e politico- che non solo crea e rinforza le diseguaglianze sociali, ma che dimentica alcune categorie sociali, in particolare le categorie definite non produttive”.